Il Film Western dell'AI nella Musica: Scandali, Fantasmi e Sabotaggi
AI Music

Il Film Western dell'AI nella Musica: Scandali, Fantasmi e Sabotaggi

07 agosto 2026 alle 10:00

L'intelligenza artificiale non sta solo bussando alla porta dell'industria musicale: l'ha già sfondata. Tra hit sospette, artisti inesistenti che scalano le classifiche e musicisti in piena rivolta, la linea di confine tra creatività umana e sintetica non è mai stata così sfocata. Dagli studi di registrazione alle playlist dei nostri smartphone, ecco le tre storie che stanno scuotendo il panorama musicale globale.

​Il caso Fenix Flexin: il giallo di "Rubberz" su Pro Tools

​Nel mondo dell'hip-hop non si parla d'altro. Il rapper Fenix Flexin è finito nell'occhio del ciclone per il suo nuovo brano, Rubberz. L'accusa mossa da un agguerrito gruppo di producer e fan sui social è pesante: la canzone non sarebbe farina del suo sacco, ma un prodotto interamente scritto e cantato dall'intelligenza artificiale tramite la piattaforma generativa Sonauto.

​Messo alle strette dalle critiche, il rapper ha provato a spegnere l'incendio pubblicando un video-difesa in cui mostra i file della sessione aperti su Pro Tools, il celebre software di produzione musicale, per dimostrare l'autenticità del suo lavoro. La mossa, tuttavia, si è rivelata un clamoroso boomerang.

​Invece di placare gli animi, il video ha spaccato ulteriormente la community. Molti esperti del settore lo accusano di aver semplicemente importato e rielaborato gli stem (le singole tracce separate di voce, batteria, basso, ecc.) generati dall'AI, spacciandoli per una produzione originale. Tra i commenti è nato un vero e proprio tormentone che riassume lo scetticismo generale: "Si sente l'odore dei fili bruciati". Un modo ironico e tagliente per dire che, dietro a quel beat, il calore umano è assente e la presenza del computer è innegabile.

​I cowboy zombie di Spotify: il mistero del profilo DV8

​Se alcuni artisti "umani" usano l'AI di nascosto, c'è chi ha deciso di eliminare del tutto il fattore umano. Sulle piattaforme di streaming, Spotify in primis, si sta assistendo alla proliferazione di inquietanti "profili fantasma". Parliamo di artisti che non esistono nella realtà, creati da zero con algoritmi generativi per macinare ascolti e, di conseguenza, incassi.

​Il caso più eclatante del momento è quello di DV8, un fantomatico cantante country e southern rock. Il suo profilo è un capolavoro di finzione:

​L'immagine: Le copertine mostrano foto stock di cowboy palesemente generate dall'AI, con i classici difetti grafici e un'estetica di plastica.

​La produzione: In pochissimi mesi, questo "artista" ha pubblicato la bellezza di 9 album completi. Una produttività che sfiderebbe chiunque.

​Il pubblico: Grazie all'abile (e losco) posizionamento all'interno di playlist automatiche, questo cowboy digitale è riuscito ad accumulare oltre 350.000 ascoltatori mensili reali.

​Il risultato? Centinaia di migliaia di ignari ascoltatori si ritrovano in cuffia canzoni dai testi bizzarri, stereotipati fino all'inverosimile e privi di qualsiasi anima. Una vera e propria fattoria di click costruita sul nulla.

​La rivolta indipendente: "Avvelenare" gli algoritmi

​Di fronte a questa invasione di cloni sintetici e tracce fantasma, la resistenza umana non sta a guardare. Su internet ha preso forma una vera e propria protesta "Anti-AI", guidata da musicisti indipendenti che hanno deciso di combattere le macchine con le loro stesse armi: i dati.

​Artisti come MattstaGraham stanno adottando una tecnica tanto folle quanto geniale, chiamata nel gergo informatico "Data Poisoning" (avvelenamento dei dati). La strategia è puro sabotaggio: consiste nel caricare intenzionalmente sulle piattaforme di streaming musica orribile. Parliamo di tracce volutamente stonate, fuori tempo, strutturalmente insensate e cacofoniche.

​Il motivo dietro questo caos musicale è molto astuto. Le grandi compagnie di intelligenza artificiale addestrano i loro modelli utilizzando dei bot che rastrellano continuamente il web (una pratica nota come scraping) per "ascoltare" e assimilare la musica esistente. L'obiettivo della protesta è dare in pasto a questi algoritmi enormi quantità di "tracce spazzatura". Ingerendo questi dati avvelenati, i futuri modelli musicali dell'AI impareranno regole armoniche ed estetiche completamente sbagliate, sabotando dall'interno la loro capacità di generare hit credibili in futuro.

​Il verdetto finale:

Che si tratti di difendere l'autenticità di una traccia su uno schermo, smascherare un cowboy fatto di pixel o suonare volutamente male per confondere i robot, una cosa è certa: una guerra per l'anima della musica è appena iniziata, e le regole d'ingaggio vengono scritte giorno dopo giorno.



Articolo di Davide Bollato